Erbario greco. Ed. integrale in facsimile del Codex ms. Neapolitanus, ex Vindobonensis Graecus 1., Biblioteca Nazionale di Napoli.

DIOSCORIDES, Pedanius

Erbario greco. Ed. integrale in facsimile del Codex ms. Neapolitanus,

ex Vindobonensis Graecus 1., Biblioteca Nazionale di Napoli. 

Roma-Salerno,Graz – Akademische Druck u. Verlagsanstalt, 1988; 1972.

2 volumi : ill. ; 31 cm.

(Riproduzione facsmilare del  Codex ms. Neapolitanus, ex Vindobonensis Graecus 1.,  Biblioteca Nazionale di Napoli)

(BNCS  Rari  C 28 1-2)

Il prezioso codice, conosciuto come Dioscurides Neapolitanus, ci testimonia l’opera di Pedanio Dioscoride, medico greco nato ad Anazarba presso Tarso in Cilicia e vissuto nel I sec. d.C.Egli, al tempo di Nerone, scrisse il trattato, Perì üles iatrichès in cinque libri, considerato il più importante manuale di medicina e di farmacia di tutto il mondo greco romano e nel Medioevo, tenuto nella massima considerazione sia  in Occidente che tra gli arabi. In esso si parla dell’efficacia terapeutica delle sostanze naturali animali, vegetali e minerali. Il codice della Biblioteca Nazionale di Napoli ci tramanda il solo “Erbario” in 172 pagine miniate, con tutte le piante medicinali conosciute, accompagnate da un commento scritto per la descrizione della singola pianta, dell’habitat, dell’utilizzo terapeutico. La vivacità delle illustrazioni, l’impostazione delle pagine, che sono impreziosite da un ricco commento, l’alta antichità, ne fanno un testimone fondamentale della cultura medica greco-romana e della sua accoglienza nel mondo bizantino-italiota tra  la fine del VI e gli inizi del VII secolo, testimoniando il gusto di  un’epoca, che al trattato prettamente scientifico preferisce un testo più didascalico e manualistico.

In effetti, come già ipotizzato da Bernard de Montfaucon, che alla fine del ‘600 lo vide a Napoli e lo lodò per la sua bellezza, sembra non possa esser messa in dubbio la sua origine italiana, anche se alcuni studiosi propendono per l’Esarcato di Ravenna ed altri per il Mezzogiorno, in ambiente vicino a Cassiodoro. Il codice appartenne al letterato napoletano Antonio Seripando, fratello del più famoso cardinale Girolamo, generale degli Agostiniani, tra i protagonisti del Concilio di Trento, già dai primi anni del 1500, ricevuto in dono dall’amico Girolamo Carbone, dottissimo umanista della corte aragonese. La proprietà del Carbone sembra che debba legarsi al dono fattogli dal filologo e bibliofilo cosentino, Aulo Giano Parrasio, di rientro a Napoli da Milano. Quest’ultimo l’avrebbe ereditato da Demetrio Calcondila, di cui aveva sposato la figlia Teodora. Il codice, quindi, già a Napoli sicuramente fin dal primo ventennio del 1500, presso il convento agostiniano di S. Giovanni a Carbonara, fu portato in Austria, nel periodo del viceregno austriaco, per voler di Carlo VI d’Asburgo, nel 1718, insieme ad altri Codici di notevole pregio. Restituito dopo la prima guerra mondiale nel 1919, dopo una breve sosta nella Biblioteca Marciana di Venezia, rientrò definitivamente a Napoli, per essere custodito nella Biblioteca Nazionale, il 7 giugno 1923”.

(V. Boni)